A Milano vedi mostre e pensi cose

In questi ultimi due giorni -meglio, in queste ultime due sere- ho visto una mostra chiara e senza senso e una mostra oscura ma sensatissima.

La prima è la mostra di Omar GallianiLorenzo Puglisi al Museo Messina di Milano, l’altra è la personale di Marco Pietracupa da Marsèl, sempre a Milano.

Procediamo con ordine, cioè con la prima: Visioni di luce e tenebra, con Omar Galliani e Lorenzo Puglisi, a cura di Maria Fratelli e Raffaella Resch.

Io non ho capito il senso di questa mostra e mi pongo la domanda ingenua: perché farla?

La ragione è lapalissiana e risponde al criterio  -che sottoscrivo- in base al quale ogni mostra è un sistema economico. Però bisognerebbe far poco i paraculi. 

Conosco Lorenzo (Puglisi) da anni, nel 2008 curai la sua mostra nello spazio di quell’autentico scopritore di talenti che era (è) Loris di Falco, nella piccola galleria Obraz in Vicolo Lavandai sui Navigli.

Bon, Lorenzo fa lo stesso quadro da allora e, chissà, magari diventerà anche lui come Giorgio Morandi, che dipinse lo stesso quadro per tutta una vita. Magari un giorno anche di Lorenzo Puglisi si dirà che andò in cerca per tutta una vita di una intima essenza, forse dell’uomo, per questa sua consuetudine di raffigurare lo stesso soggetto, cenni di elementi anatomici umani, volti e mani affogati in un nero che, adesso, Anno Domini 2018, appare come un lago di nero elegantissimo e profondo: lo abbiamo visto al Museo Messina e da Studio Guastalla e due anni fa alla galleria Il Milione e l’anno prima ancora da Grossetti -Lorenzo, “Lorenzaccio”!, un pittore in cerca di galleria a Milangeles!

Lorenzo presenta questa nuova/antica serie pittorica in maniera sciccosissima, ma che c’azzecca con Omar Galliani? Basterà mica la presenza del colore nero? 

La mia impressione è che non solo le opere di Puglisi e Galliani non dialoghino (ma poi perché le opere devono “dialogare”?), ma altresì che lo spazio espositivo le sacrifichi.

Far mostre in chiese sconsacrate fa fino ma è soprattutto un vezzo: 9 volte su 10 il posto migliore in cui appendere i quadri è una galleria d’arte dalle pareti bianche e il pavimento grigio chiaro, le altre soluzioni sono soprattutto esibizioni degli organizzatori -e degli artisti, sennò che artisti sono?

Le produzioni d’arte di Omar Galliani e di Lorenzo Puglisi si escludono a vicenda e non ti puoi inventare nulla per giustificare la tua scelta espositiva, nemmeno con l’evntuale paraculaggine di dire che dialogano nella loro totale diversità.

Visioni di luce e tenebra di Omar Galliani e Lorenzo Puglisi è una mostra chiara malgrè la decantata tenebrosità.

Taccio su Omar Galliani, perché sarebbe come dire che Madre Teresa di Calcutta è una stronza. Lui è bravissimo, ma le sue opere sovente leziose mi hanno rotto le balle -anche se “Respiro”, vista anni fa in via Tortonaè una grande opera, non solo per il formato. Una mostra caramellosa sarebbe una mostra del tipo Omar Galliani/Agostino Arrivabene, ma sarebbe anche e soprattutto una mostra di gran successo.

Veniamo a Marsèl-già-Marselleria, dove il pubblico è una fauna umana molto diversa da quella che sono solito incontrare tra le gallerie  più…come dire?, “tradizionali”: sono gli stessi che vedi alle mostra da Fondazione Prada, quelli che per l’occasione indossano il vestito della festa.

Devo dire che conservo un bel ricordo delle pochissime mostre che ho visto da Marsèl-già-Marselleria 

E quella dello scorso giovedì sera non ha smentito l’andazzo:  se al Museo Messina ho visto una mostra chiara ma senza senso, con la personale di Marco Pietracupa ne ho vista una oscura ma grondante sensatezza, così tanta che ognuno può vedere nelle fotografie esposte alla cazzo, alcune realizzate con lo smartphone e appese con lo scotch manco fossimo in un loft di N. Y. negli anni Ottanta (no, le foto NON sono attaccate alle pareti con lo scotch, ma è per rendere l’idea), così tanta sensatezza, dicevo, che ognuno guardandole può farsi una storia coerentissima: la sua.

In soldoni, la mostra di Marco Pietracupa consta di una serie di fotografie e collages appesi  crudamente alle pareti, decostruendo e ricostruendo le sue stesse fotografie, alle quali si aggiungono altri scatti realizzati col cellulare a mò di appunti visivi.

Pratica non nuova e superdemocratica, dal momento che adesso ci sentiamo un po’ tutti fotografi, solo che lui rispetto a noi ha una marcia in più ed è per questo che le sue foto sono esposte in una mostra: Pietracupa è infatti un professionista che lavora nell’ambito della moda, ma ha sempre avuto più di un occhio di riguardo per l’arte, al punto che ognuno dei suoi scatti è lontano anni luce dall’iconografia della fotografia di moda.

Un amico che opera del settore mi ha detto che queste foto sono molto anni Novanta, ma ‘sti cazzi aggiungo io.

Le foto di Marco Pietracupa sono maleducate, surreali, grezzissime e metropolitane, la sua è una mostra alla Vice, nel senso del magazine -e infatti leggendo la sua biografia ho visto che ha fatto una mostra proprio da loro.

Perfetto corollario di questo caleidoscopio disordinato di visioni è stato il reading (che fortuna: sono arrivato alle 21, giusto in tempo senza dover stare ad aspettare) di Irene Di Dio, che ha declamato una composizione folle alla Carmelo Bene di cui però non ho seguito granché essendo distratto dalla valchiria che le stava facendo il video col cellulare: un reading che ben si confaceva al caos calmo (cit.) delle foto a parete.

E non posso tacere la presenza del catalogo della mostra di Marco Pietracupa, uno splendido libro dalla copertina nera e la carta protettiva con serigrafia di una delle foto in mostra (la mia preferita), fatto solo di immagini – le sue foto, senza una riga che sia una di testo (a parte la bio dell’artista sull’ultima pagina).

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