Siamo uomini o caporali?

La tendenza dell’arte contemporanea sembra coincidere con una accettazione dello status quo, lasciandone intatta la struttura. Mandando in fumo decenni di rivendicazioni dei diritti e lotte per conseguirli ¹.

Ma quando mai. Christian Caliandro su Artribune s’indigna perché gli artisti di oggi non fanno le barricate e riciccia l’armamentario marxista e marxiano, che imperversava nei formidabili Settanta soprattutto qui nella provincia italiana, per spiegare la mancata rivoluzione degli artisti.

Le argomentazioni dell’articolo in questione mi sembrano un po’ votate alla precarietà perché l’autore mette insieme concetti diversi come diritti e desideri (“Il lavoro non è più un diritto, ma al massimo qualcosa che viene graziosamente concesso“), che invece sono due cose diversissime: i desideri non sono diritti e questa è la ragione per cui io pur desiderando la felicità non mi azzardo a rivendicare il diritto di essere allegro. Una cosa è la condotta e un’altra è la legge.

Il critico decontestualizza il termine vetusto di classe applicandolo a insieme generici, la “classe creativa” (“Questa nuova classe creativa che si affaccia sulla scena globale accetta il mondo così come gli è stato consegnato”) e punta il dito inquisitore contro il capitalismo (“in questo momento storico il profitto ha pressoché eliminato da sé, come condizione necessaria, il lavoro di massa“): un sistema economico certo emendabile ma che è, per il settore in cui opera Christian Caliandro, fin dai tempi dei papi, degli imperatori e infine dei mecenati, il sistema che permette agli artisti di fare le opere, ai galleristi di venderle, ai musei di esporle, ai collezionisti di comprarle, alle pubblicazioni web e cartacee di farsi pubblicità e ai critici di indignarsi di tutto ciò.

Al fondo c’è l’idea che l’arte debba o possa cambiare il mondo e che quindi sia intrinsecamente politica. Questo schema mentale è un modulo di riprovazione collettiva che accomuna un po’ tutti gli opinionisti in Occidente e lo vediamo all’opera ogni volta che qualcuno se la prende con gli USA governati da un presidente usurpatore (questo è vero), con la destra che comanda in Italia mentre l’Europa è insanguinata dagli attentati dei mozzorecchi islamisti ma-in-realtà-è-tutta-colpa-nostra. E poi dagli al capitalismo, come fa il cialtrone Slavoj Zizek che lo odia e però si fa pagare le conferenze a badilate di euri e dollari, più altri gruppi riflessivi, tutti rigorosamente combattenti, per usare una parola che compare nell’articolo di Caliandro.

Mi chiedo se l’autore si sia riletto dopo aver compilato le sudate carte: butta lì qualche termine di derivazione marxiana

Questa nuova classe creativa che si affaccia sulla scena globale accetta il mondo così come gli è stato consegnato (e come forse diventerà), ha deciso di trarre da esso ogni beneficio possibile, e di intervenire insomma solo sulla sua “forma”, ridisegnandola. Non sulla struttura che sottende questa forma (tanto meno sulle cause di questa struttura, e del suo funzionamento ²

e poi se la prende col circo dell’arte contemporanea, reo di non fare la Resistenza.

Nessuno si rivolta, secondo Caliandro. Eppure il petulante Ai Wei Wei infesta le cronache d’arte contemporanea, a Castello di Rivoli e GAM comanda una leader maxima e quando apro Artribune mi par di scorrere l’allegato di Repubblica.

Caliandro vorrebbe parlare di arte ma in realtà finisce col parlare d’altro, insiste sul passato e sulle lotte (in Italia? Nel mondo? Il Vietnam? Il divorzio? Il femminismo? il ’68?) e sul tradimento delle rivendicazioni (idem) e allora io vado col pensiero a figure di leader confederali, intellettuali e militanti e giornalisti e attivisti e parlamentari, un sacco di gente insomma,  totalmente e da sempre estranea a quello che Caliandro definisce “dispositivo finzionale“, cioè il mondo dell’arte contemporanea: zeru tituli, davvero, non pervenuto. Perché, tanto per restare qui in provincia, mentre nei Settanta un numero minoritario di artisti in Italia sbeffeggiava il potere, il potere a sua volta operava rimestando nel torbido affinché loro potessero contestarlo.

La realtà è intrinsecamente complessa e non si lascia ingabbiare in categorie che nascono nella mente di chi l’osserva e questo è vero da sempre, l’esperienza non insegna ma qualcosa ce lo dice lo stesso.

Quando si vuole incasellare il mondo là fuori all’interno di un pensiero si fa un errore dogmatico e ci si allontana inesorabilmente dalla critica: per quale ragione gli artisti dovrebbero salire sulle montagne? A chi o a cosa dovrebbero opporsi? Siamo sicuri che un artista debba essere con ciò stesso considerato alla stregua di una sentinella del presente? E poi, perché gli artisti dovrebbero essere considerati dei lavoratori?

Dopo il pensiero forte (le ideologie e i massimi sistemi, dogmatici appunto come una confraternita di gesuiti) venne il pensiero debole, che in realtà era pure più pesante del primo, era l’avvento del postmoderno e lì nacquero i cattivi maestri che poi diventarono grandi. Ora siamo nel post-postmoderno o come cazzo volete chiamarlo e quindi eccoci qui, insieme agli indignados 3.0, a ricicciare formule collaudate contro il nemico immaginario di sempre, cioè l’ingiustizia del mondo, che è un po’ come voler fare opposizione al sistema solare.

La concentrazione progressiva di ricchezza avviene così a discapito del lavoro individuale e collettivo – che dunque, in pratica, non si sa e non sa più che cosa sia

Appunto. Cosa sono il “lavoro individuale” e il “lavoro collettivo“? Urgono esempi, perché nemmeno io so cosa siano.  L’unica certezza è la spartizione un tanto al chilo del genere umano e del relativo sottoinsieme, cioè gli artisti: uomini e caporali. Anzi no,

Ci sono due tipi di artisti, infatti (che equivale a dire: ci sono due tipi di uomini): quelli che accettano le condizioni date, il mondo così come lo trovano; quelli che non lo accettano, e vogliono trasformarlo ³

Eh già, per dirla col Blasco, siamo ancora qua:

I filosofi hanno [finora] solo interpretato diversamente il mondo; ma si tratta di trasformarlo”

Però, però: chi ne ha trasformati di più? I generali in pantofole o i matti che del mondo là fuori se ne sono sempre fregati?

In copertina: Ernest Lissner, Copper Riot in Moscow, 1938 By Ernest Lissner (1874-1941) (Медный бунт) [Public domain], via Wikimedia Commons

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